Il Commonwealth veneziano tra 1204 e la fine della Repubblica. Identità e peculiarità, a cura di Gherardo Ortalli, Oliver Jens Schmitt, Ermanno Orlando

Venezia, Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti, 2015, 526 pp.

Già da alcune generazioni l’idea di Commonwealth rappresenta una categoria “ponte” in grado di definire entità politiche non perfettamente rispondenti al criterio della piena sovranità territoriale proprio degli stati e imperi moderni1. L’uso «positivo» che ne viene fatto nel libro curato da Gherardo Ortalli, Oliver Jens Schmitt ed Ermanno Orlando appare funzionale a far dialogare, attorno a questo tema, un gruppo di studiosi affermati ma distanti per ambito di specializzazione e approccio metodologico. Come esplicitato da Ortalli nell’introduzione, i contributi qui raccolti costituiscono gli atti di un convegno tenutosi all’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti nel febbraio del 2013, concepito come la prosecuzione ideale di un precedente progetto sui Balcani occidentali2. Rispetto a quest’ultimo, il volume sul Commonwealth intende superare i confini dell’Istria e della Dalmazia tardomedievali per includere nell’analisi tutta l’area insulare greca conquistata da Venezia dopo la Quarta Crociata (1204), aprendosi nel contempo al confronto con i dati sulla Terraferma veneta raccolti dalla storiografia modernista. L’intenzione è quella di individuare le dinamiche principali dello «statehood» veneziano a prescindere dagli orientamenti ideologici del patriziato e della storiografia in tema, per concentrarsi piuttosto sulle strutture sociali e istituzionali presenti nei domini. Seguendo tale logica il libro è stato suddiviso in cinque sezioni, organizzate su base concettuale più che cronologica, e assai eterogenee sia per i contenuti proposti sia per i modi in cui questi vengono rapportati al tema del libro.

La prima sezione, ad esempio, è dedicata alla «dimensione diacronica» dello statehood marciano, la cui mentalità di fondo pare sottolineata dall’involontario parallelismo dei contributi di Gian Maria Varanini e David Jacoby. Questi evidenziano, l’uno, la disomogeneità dell’esercizio delle prerogative di governo del patriziato quattrocentesco nella Terraferma, e la conseguente assenza di esplicite «scelte istituzionali» per integrare quest’ultima al Dominio da Mar (p. 51); l’altro, il carattere flessibile, lento e a tratti riluttante del consolidamento della presenza veneziana in Levante, constatato dalla cauta osservazione delle differenze di insediamento di Venezia in avamposti e colonie commerciali (Alessandria d’Egitto, stati crociati), sedi consolari (Costantinopoli, Tessalonica, Chiarenza) e possedimenti diretti (Creta, Negroponte, Corone e Modone). Per contro, meno chiaro e non privo di insidie metodologiche appare l’accostamento fatto da Monique O’Connell tra lo «statebuilding» veneziano e il contrattualismo sei-settecentesco, per lo meno in rapporto alle interessantissime ricerche condotte dalla studiosa americana riguardo al radicamento delle reti parentali e clientelari patrizie nello Stato da Mar e all’influenza di queste sulle amministrazioni delegate3.

La stessa flessibilità editoriale si riscontra nella seconda parte del libro, dedicata alle strutture dello «stato in funzione» e composta dai saggi di Luciano Pezzolo, Andrea Zannini e Benjamin Arbel. Se da un lato i primi due contributi affrontano il tema del Commonwealth alla luce di categorie di settore («costituzione fiscale»; «burocrazia repubblicana»), mutuate dallo studio della fiscalità e degli officia non patrizi, dall’altro il contributo di Benjamin Arbel è una riflessione metodologica di carattere più generale, nella quale lo storico israeliano esplicita le ragioni del proprio uso abituale della controversa definizione ottocentesca di «impero coloniale», già applicata alle potenze atlantiche da Charles Verlinden, e migrata nella venezianistica anglosassone almeno a partire dall’opera di Frederick Lane4. Gli argomenti portati dallo studioso poggiano sull’asimmetria politica e la distanza geografica tra i veneziani e i sudditi d’oltremare, sull’etnocentrismo e sullo sfruttamento economico dei primi verso i secondi, che si differenzierebbero dai sudditi della Terraferma anche per la mancanza di una cultura politica di tipo civico-comunale.

Tale prospettiva viene attenuata dagli studi sulle società ioniche citati nel contributo di Nicolas Karapidakis, e più esplicitamente contrastata dai saggi delle parti terza e quarta, dedicati alle strutture comunicative dello «stato in funzione» e all’avanzamento di un’idea della dominazione veneziana in Levante quale espressione di uno «stato debole».

Per motivi di spazio mi limito a segnalarne alcuni. L’articolo di Oliver Jens Schmitt, dedicato alla comunità isolana di Curzola, spicca per l’originale taglio «microstorico», taglio attraverso cui lo studioso sottolinea la specificità delle culture civiche locali, sfidando altresì il paradigma di una negoziazione condotta esclusivamente secondo gli schemi retorici e giuridici della Dominante. Ne risulta il quadro caleidoscopico di «un’isola che non fu colonia» ma «uno spazio comune di tradizioni comunali», inserito in una Dalmazia in cui di fatto, come per la Terraferma veneta, convivevano diversi modelli di dominazione. L’opinione di Arbel è poi sfidata dal saggio di Guillaume Saint-Guillain, che con pregevole erudizione ricostruisce la genesi otto-novecentesca dello stereotipo del ‘mercante italiano’ del comune medievale, visto quale prototipo della ratio capitalista e coloniale della tarda età moderna. Lo storico francese mette in risalto il senso originario del termine «colonia» nel Medioevo, arrivando a decostruire l’altro stereotipo che ha profondamente influenzato la storia dello Stato da Mar, quello cioè della progettualità dell’espansione veneziana in Levante, veicolato dall’opera di Freddy Thiriet.5

A chiudere la discussione sul Commonwealth pervengono i tre saggi della parte quinta, dedicata all’influenza di Venezia al di fuori dei propri confini convenzionali, intesi sia in senso fisico e culturale (come nel saggio di Eric Dursteler sulla nazione veneziana a Costantinopoli), sia in senso legalistico (così par di capire dall’articolo di Paolo Preto sull’«assassinio di stato» e da quello di Piero Del Negro sul rapporto tra statualità e guerra).

Il minor spazio dato ai late modern studies nel libro, se da un lato fa rimpiangere l’assenza di contributi sulle strutture di governo sei-settecentesche del Commonwealth veneziano, dall’altro è comprensibile alla luce dei profili medievistici dei curatori. Complessivamente, l’obiettivo di parlare delle strutture di governo al di là dei dualismi terra-mare, dominanti-dominati, nobiltà-popolo è stato raggiunto, così come quello di uscire dalle strettoie di una visione di Venezia quale stato ‘italiano’ (pp. 204-205). Il carattere corale dell’opera rende poi giustizia al pluralismo di culture, lingue e scuole storiografiche presente nella venezianistica, testimoniato dalla scelta di alcuni autori di usare una lingua diversa dalla propria (Ortalli, Arbel, Schmitt, Dursteler). Un carattere che ha il pregio di far emergere il potenziale euristico tanto delle scelte anacronistiche (O’Connell, Arbel) quanto degli approcci più filologici (Schmitt, Saint-Guillain).

Per contro i titoli delle sezioni, nei quali la parola ‘stato’ compare in modo ridondante, tradiscono forse l’involontaria influenza del modello weberiano dello «stato moderno», che pure si è cercato programmaticamente di eludere, ma il cui peso si fa sentire nell’uso di categorie come «burocrazia», «costituzione», «confine». Cionondimeno l’opera risulta nel complesso uno strumento utile all’innesto di nuove ipotesi di ricerca sulle strutture di governo degli stati d’ancien régime, ipotesi alle quali la categoria sfumata del Commonwealth potrà donare sicura ospitalità.

Cristina Setti, PhD student, Scuola Normale Superiore di Pisa, cristina.setti@sns.it

Notes

1 Mi riferisco all’uso originario del termine fatto in Dimitri Obolensky, Il Commonwealth bizantino. L’Europa orientale dal 500 al 1453, trad. it., Roma-Bari, Laterza, 1974. Nella medievistica italiana la categoria è stata ripresa in tempi non sospetti da Geo Pistarino, Reflets du «Commonwealth» génois sur les institutions de la mère patrie, in État et colonisation au Moyen Age et à la Renaissance, sous la direction de Michel Balard, Lyon, La Manufacture, 1989, pp. 71-94, nonché più recentemente da Ermanno Orlando, Venezia e il mare nel Medioevo, Bologna, Il Mulino, 2014, pp. 162-163.

2 Der westliche Balkan, der Adriaraum und Venedig 13. bis 18. Jahrundert / Balcani occidentali, Adriatico e Venezia fra XIII e XVIII secolo, ed. by G. Ortalli – O.J. Schmitt, Wien 2009.

3 Monique O’Connell, Men of empire. Power and negotiation in Venice's maritime State, Baltimore, John Hopkins University Press, 2009.

4 Frederick C. Lane, Venice, a maritime republic, Baltimore, John Hopkins University Press, 1973 (trad. it.: Storia di Venezia, Torino, Einaudi, 1978).

5 Freddy Thiriet, La Romanie vénitienne au Moyen Age. Le développement et l’exploitation du domaine colonial vénitien (XIIe-XVe siècles), Paris, De Boccard, 1959.